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Per non dimenticare

Un’escursione al Pian del Gleno, dove dominano i ruderi della diga maledetta. Panorami mozzafiato e un Archivio della Memoria

All’alba del primo dicembre 1923, Francesco Morzenti era l’unico sorvegliante della diga di Pian del Gleno e il principale testimone della catastrofe, ma il suo resoconto dei fatti, rilasciato alla stampa e agli inquirenti, varia alquanto in relazione a quando ed a chi lo dichiarò. In una delle prime versioni Morzenti raccontò di aver ricevuto una telefonata dalla centrale idroelettrica di Molino di Povo, verso le sette del mattino: l’interlocutore gli ordinò di aumentare la portata dell’acqua inviata alla centrale idroelettrica. Morzenti lasciò la cabina di controllo e si avviò verso la passerella a valle della diga, posta sotto i possenti piloni nella parte centrale della gola. Era buio, piovvigginava ed era già arrivata la prima neve che imbiancava le cime. Mentre azionava il volano per aprire la valvola della saracinesca di scarico, sentì un tonfo, una vibrazione, quasi un piccolo terremoto, caddero sassi. Poi vide una fessurazione allargarsi da uno dei piloni; fuggì, riuscendo a stento a salvarsi. Quella tragica mattina sei milioni di metri cubi di acqua e fango si riversarono dall’enorme fenditura della diga sui villaggi sottostanti, causando 356 vittime accertate ma, probabilmente, i deceduti furono di più; qualcuno scriverà quasi cinquecento. L’ondata fu preannunciata da un violento spostamento d’aria che iniziò l’opera di distruzione, strappando le vesti a chi si trovava all’aperto, seguita dalla massa d’acqua che dopo aver devastato i centri abitati della valle, si esaurì nel lago d’Iseo. L’ondata distrusse Bueggio e sommerse Dezzo, dove si svilupparono rapidi incendi e deflagrazioni nella fornace di ghisa e nella centrale idroelettrica. Il processo penale, celebratosi fra gennaio 1924 e luglio 1927, condannò il proprietario dell’impianto, l’azienda Viganò, il progettista e direttore dei lavori, l’ingegner Giovan Battista Santangelo, e l’impresa costruttrice ad alcuni anni di reclusione, poi condonati, oltre al risarcimento dei danni ai superstiti da parte della Viganò. Il giudizio dei periti del tribunale fu lapidario: la diga era stata malamente costruita; al giudizio dell’accusa si associò quello popolare in un coro di proteste contro gli impianti idroelettrici”.

 

Diga Gleno
Diga Gleno

 

L’incipit del libro “Il crollo della diga di Pian del Gleno: errore tecnico?” scritto nel 2007 da Umberto Barbisan riassume per sommi capi gli eventi di 95 anni fa, il tragico bilancio di vittime in tutta la Valle di Scalve ed una storia di processi e dubbi mai del tutto chiariti. Il disastro del Gleno resta tuttora una ferita aperta che invita alla riflessione, suggerendo un percorso fra storia e natura che un numero sempre crescente di turisti scopre ed apprezza salendo da Vilminore di Scalve. Al di là di quei tragici giorni, la salita alla Diga del Gleno offre un cammino per nulla impegnativo: circa un’ora dai 1267 metri dell’abitato della frazione Pianezza, cui in estate si accede grazie ad un efficiente servizio navetta che sale dal centro del paese. Il sentiero parte in prossimità della chiesa (vicino ad una fontana). Dopo aver attraversato prati e raggiunto alcune baite, si sale a quota 1500 lungo una bella mulattiera in prossimità di una condotta forzata. L’ultimo tratto, praticamente pianeggiante, conduce ai ruderi imponenti ed inquietanti della diga (mt. 1534), attraversando un bosco ed un successivo tratto scavato nella roccia. Il sentiero regala panorami incredibili che spazianosulla valle, mentre dietro agli inutili bastioni in cemento c’è un incantevole lago artificiale, con il piccolo chiosco (che qualcuno in valle chiama barachì) utile per un piacevole ristoro.

Lo scorso giugno, grazie ad un progetto coordinato da Pro Loco e Biblioteca Comunale di Vilminore con il sostegno di Comune, Regione Lombardia e Comunità Montana di Scalve, è stato allestito in paese, in piazza Giustizia, lo spazio espositivo Gleno, con una trentina di pannelli fotografici e testuali, documenti originali e testimonianze del disastro del 1 dicembre 1923. Alla realizzazione dell’esposizione, coordinata dall’antropologo scalvino Loris Bendotti, hanno dato il proprio contributo anche gli studenti della scuola superiore di Vilminore, il “Biennio”, che hanno riassunto la storia della realizzazione della Diga e del disastro e hanno riportato anche le testimonianze dei sopravvissuti. Gli studenti hanno anche tradotto in lingua inglese tutto il materiale. «Il progetto – afferma Michela Boni, presidente della Pro Loco di Vilminore – nasce dalla necessità di valorizzare il nostro territorio e la nostra storia. Per concretizzare la nostra idea abbiamo fatto affidamento su un importante lavoro di gruppo, che porterà ad un vero e proprio Archivio della Memoria, organico e digitalizzato». «Spesso chi scende dopo aver visitato la Diga – aggiunge Miriam Romelli della Biblioteca Comunale – chiede notizie sulla storia di quel luogo. Era importante quindi creare uno spazio per raccontare un fatto che ha segnato profondamente la storia della Valle di Scalve e che ha comportato ingenti perdite, di vite, di case ma anche di luoghi di ritrovo e socializzazione». A distanza di quasi un secolo le vie della storia diventano quelle degli escursionisti di oggi, che apprezzano panorami, pascoli e natura. Oltre che dal percorso classico che sale da Pianezza (in corso ulteriori lavori di miglioramento da parte dei volontari) alla diga del Gleno si può salire anche dalla frazione Bueggio, con uno sviluppo più impegnativo, oppure dalla frazione Nona, con un sentiero che negli ultimi anni ha ottenuto crescenti apprezzamenti. La Valle di Scalve si racconta attraverso una storia millenaria ed una natura limpida e forte. Come la sua gente.

Articolo di Giambattista Gherardi per il VALSeriana & Scalve Magazine autunno