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Olera, piccolo mondo antico

Alle porte della ValSeriana, ad Alzano Lombardo, il borgo medievale che diede i natali al mistico Fra Tommaso

Dall’alto, molto in alto, grazie all’occhio di un drone, abbiamo di Olera un’immagine particolarmente suggestiva, il punto di vista inedito ci permette di cogliere quel grappolo di case immerse nel verde che conserva intatto il suo fascino antico di piccolo borgo medievale circondato dal lussureggiante paesaggio collinare. Si trova in una piccola valletta laterale, parallela alla valle del Nesa, che degrada dalle pendici del Canto Alto ed è compresa tra i monti Zuccone e Colletto, propaggini situate sul lato orografico destro della bassa ValSeriana.

Scorcio del borgo medievale di Olera

Posta a un’altezza di circa 520 metri, è collocata nei pressi dello spartiacque con la Val Brembana. Grazie all’ampia strada che sale da Nese, ci si arriva facilmente, anche se solo all’ultimo tornante il paesino svela al visitatore i suoi tetti di coppi rossi.
Distante circa cinque chilometri da Alzano Lombardo (di cui è frazione), il centro di Olera è un susseguirsi di archi, portoni, finestrelle e viottoli che rievocano quell’atmosfera tipica dei borghi contadini del passato, in cui la vita era scandita dal ciclo delle stagioni.
È davvero una manciata di case addossate le une alle altre attorno alla Parrocchiale (eretta nel 1471, ma l’attuale edificio in stile neogotico è relativamente recente: tra il 1875 e il 1880 la chiesa fu completamente riformata).
Recentemente si è parlato molto di Olera grazie al mistico cappuccino Tommaso Acerbis, più conosciuto come fra Tommaso da Olera (dove nacque nel 1563) beatificato il 21 settembre 2013 nel 450º anniversario della nascita. Una storia singolare la sua per l’attività di predicatore, l’impegno nel confortare gli infermi, l’amicizia con contadini e principi, l’umiltà con cui coniugò la vita del chiostro e la questua sulle strade del Nord, la fama di taumaturgo e, soprattutto, la quasi inspiegabile capacità di scrittore.

Fra Tommaso da Olera


STORIA DI OLERA, PAESE DI MAESTRI TAGLIAPIETRA

Ma la storia di Olera è molto più antica. Il primo documento conosciuto in cui appare il nome Holera, risale al 1165 ed è custodito nella Biblioteca Civica di Bergamo. È una pergamena scritta in latino in cui si parla di un certo Lanfranco Scaroto e dei figli di Pietro Penezza che avevano contrasti riguardo alle decime con i canonici della Chiesa di S. Vincenzo e di S. Alessandro, in Bergamo.
Da quanto riferisce il Mandelli, nel suo libro Alzano nei secoli, un certo Alberto Acerbis, discendente da una della più ricche e antiche famiglie bergamasche, fece costruire nel 1296, nella sua Villa d’Olera casa e chiesa. Certamente questa iniziativa fu importante per l’organizzazione del piccolo paese, ma Alberto Acerbis non può essere considerato il vero fondatore di Olera. Rintracciare il periodo e il motivo per cui fu fondata Olera è pressoché impossibile e anche sull’origine del nome diverse sono le ipotesi.

Le persone più anziane di Olera si ricordano ancora quando il cibo veniva cotto con le «öle», recipienti di pietra ollare di colore verdastro ricavata proprio dalla montagna su cui è posta Olera, di fronte al monte Solino.
Così Olera certamente significa luogo delle «öle».

Gli abitanti del posto erano gente tenace. La maggior parte delle famiglie di Olera possedeva capre o pecore e qualche mucca; quasi tutti lavoravano la terra sui terrazzamenti (Ruc) piantando orzo, grano, vite e più tardi il mais. Qualcuno invece lavorava nel preparare le pietre coti e le olle per la cottura dei cibi.
Proprio per la maestria con cui i suoi abitanti sapevano tagliare le pietre, il nome di Olera era fin dall’antichità conosciuto in tutto il territorio che fu di dominio veneto.

LA PARROCCHIALE E IL POLITTICO DI CIMA DA CONEGLIANO

Al centro del borgo la parrocchiale, dedicata a San Bartolomeo apostolo, che custodisce, relegato in luogo così discosto, il noto polittico di Cima da Conegliano formato da nove pannelli disposti in tre ordini intorno ad una nicchia contenente una statua lignea raffigurante San Bartolomeo.
Il pannello centrale rappresenta la Madonna col Bambino: è una delle tipiche Madonne del Cima, nella sua quieta tenerezza e nei tratti tristi e dolci insieme; la Madonna (a mezza figura) tiene il bambino Gesù ritto sopra un parapetto in un clima di sospesa contemplazione.

Pannello centrale del polittico con Madonna con bambino

I due pannelli laterali a sinistra raffigurano San Girolamo e Santa Caterina, mentre a destra sono Santa Lucia e San Francesco.
I pannelli inferiori, a figura intera, rappresentano San Sebastiano e San Pietro a sinistra, San Giovanni Battista e San Rocco a destra.
È probabile che il polittico sia stato commissionato al Cima da originari del luogo emigrati a Venezia.
L’opera è notevole non solo per la sua qualità, ma anche perché giunta fino a noi praticamente completa e poco manomessa. Non sono conservate solo le tavole, ma anche la cornice, bellissima, con la lunetta apicale con il Padre Eterno tra cherubini e la statua centrale di san Bartolomeo.
A Venezia, dove fu certamente eseguita, non sono molte le opere giunte così complete ed è quindi un tassello importante anche per la storia dell’intaglio ligneo veneziano.
Certo l’opera è ancora avvolta dal mistero: ancora oggi molti sono i vuoti di notizie sulla sua vicenda: perché e da chi fu commissionato, come giunse a Fra Tommaso da Olera e in quali anni.
Vuoti dovuti certo alle inevitabili perdite di documentazione nell’arco di cinque secoli, all’incendio dell’archivio parrocchiale nel 1630, ma anche alla posizione decentrata e solitaria della parrocchia.

Poche, ma significative, le certezze: il polittico è stato, per quanto concerne la parte lignea, eseguito a Venezia da artigiani di una bottega affermata (i Bianco) e da essi montato in loco (si sa da documenti relativi ad altre opere del Cima che i committenti dovevano accollarsi non solo le spese per il viaggio dell’opera, ma vitto e alloggio a chi era incaricato dell’assemblaggio). Non ha più contestazioni (dopo i dubbi antichi che lo attribuivano ora al Vivarini, ora a Francesco di Santa Croce o a Lorenzo Lotto) anche l’acquisizione del polittico ad un giovane Cima da Conegliano (nato forse intorno al 1460) e già residente e attivo a Venezia nel 1486.
Se la paternità non è più in discussione resta l’enigma relativo alla committenza del Polittico di Olera: poco convincente l’idea che l’opera più che dono di emigranti in Laguna sia stata commissionata dall’intera popolazione di Olera che si sarebbe affidata a uno o più concittadini residenti a Venezia.

La parrocchia con il polittico di Cima da Conegliano – ph. @Olera.italy

Certa è la presenza di molti oleresi in Laguna, ma perché la scelta cadde su un artista ancora poco noto seppur di belle speranze affiancato da intagliatori affermati? Allora pare più affascinante l’ipotesi di un legame con Conegliano nel cui lanificio erano impiegate maestranze bergamasche che potrebbero avere ingaggiato la giovane gloria locale ormai trasferitasi a Venezia.
Sempre nella parrocchiale è custodita, a fianco dell’altare sinistro, dedicato alla Vergine, un’altra notevole opera d’arte: una splendida icona veneto-cretese della metà del XVI secolo conosciuta come Icona della Madre di Dio della Passione. L’ordine della tipologia della Madre di Dio della Passione, estremamente diffusa tra gli artisti del XVI-XVII secolo che ripeteranno fedelmente lo stesso modello, è certo attribuibile a uno dei più importanti artisti della seconda metà del XV secolo, Andrea Rizo Da Candia, ma anche le circostanze del suo arrivo e della sua collocazione nella parrocchiale di Olera restano un enigma.
Le prime ipotesi ripercorrono l’idea che un certo numero di artigiani residenti a Venezia, evidentemente buoni conoscitori d’arte e ben pagati vista la loro perizia, avessero riportato con sé al paese l’icona della Vergine come espressione della loro devozione.

Chiesa San Bartolomeo Apostolo

LA CHIESETTA DELLA SANTISSIMA TRINITÀ

La Chiesa Parrocchiale, dedicata a San Bartolomeo Apostolo, è la più grande di Olera ma non certamente la più antica.
Sappiamo infatti della presenza di più chiese, tre per l’esattezza, due delle quali molto vicine, aventi la facciata sullo stesso sagrato. Bisogna notare che la chiesa grande è costruita su un torrente, che ancor oggi scorre sotto di essa e si può vedere, essendo stata posta una griglia a lato del campanile. È logico pensare che, non bastando più la chiesa vecchia, si costruì sul poco terreno disponibile una chiesa più capace, e per sfruttarlo al massimo si utilizzò anche la superficie del torrente.

Nei libri della Chiesa della SS. Trinità, conservati in archivio parrocchiale, si parla di “Chiesa Vechia, nominata Sanctissima Trenitade et tutti li Sancti, contrapposta a quella granda”, ossia la chiesa di S. Bartolomeo, la parrocchiale. Ciò è la prova che la chiesa più antica non è la parrocchiale, ma la Chiesa Vecchia, o chiesina, come è tuttora chiamata.

Si innalza a destra della Parrocchiale a essa vicinissima ed è chiamata, come dicevamo, Chiesa della Santissima Trinità e tutti i Santi o Chiesa dei Morti (è ancora oggi leggibile sul frontale dell’arco absidale: “Templum Mortuorum”) in quanto sotto il pavimento, nell’angolo sinistro rispetto all’entrata, c’era una fossa che fungeva da ossario.
La chiesa sembra essere la più antica, risale infatti al 1296 quando Alberto Acerbis “fece costruire nella sua villa di Olera case e chiesa”. Assunse in seguito importanza di parrocchiale: “…quae alias erat parochialis dicti loci”. È qui che si trova un’antica pala d’altare nota come pala della “SS. Trinità e tutti i Santi” ora posta a sinistra dell’ingresso sopra un altro importante manufatto: la cinquecentesca ancona lignea dorata con intarsi in altorilievo raffiguranti la lapidazione di Santo Stefano protomartire.

La tela ha per soggetto “L’incoronazione della Vergine” e, soprattutto, è una rivisitazione di un’altra importante opera: L’incoronazione della Vergine di Paolo Caliari detto Paolo Veronese, dipinta per l’altare maggiore della chiesa di Ognissanti di Venezia (consacrata il 21 luglio del 1586).

La comunanza di soggetto e la ripresa di soluzioni molto simili per la trattazione dei personaggi, fa emergere un immediato legame tra la tela del Veronese e la nostra. La pala è stata recentemente attribuita a un artista assolutamente singolare di cui poco si sa, Pase Pace: non si conoscono l’anno e il luogo di nascita di questo pittore, figlio di Filippo, attivo a Venezia a partire dall’ultimo decennio del XVI secolo.

Il caratteristico borgo

La comunità bergamasca a Venezia nella sua storia plurisecolare si connota così per la consistenza numerica e per l’eccezionale grado di integrazione e successo sociale.
Tessitori di seta, di pannilana, corrieri postali, facchini della dogana del porto e tagliapietra sono solo alcuni comparti del mondo produttivo veneziano dove gli immigrati di origine bergamasca sanno ritagliarsi aree privilegiate di impiego, in cui, in virtù di particolari meccanismi di trasmissione del posto di lavoro, alimentano la propria presenza inserendo figli e fratelli o chiamando a Venezia dal paese d’origine parenti e compaesani.
Si costituisce quindi una piccola società nella società, integrata pienamente nell’assetto economico della laguna ma che mantiene intatti i legami con la terra d’origine: ne è un esempio questo lavoro che dimostra come 25 oleresi fossero ancora profondamente legati al paese d’origine al punto di “donare” la pala d’altare per la loro “chiesa vechia”.

 

Testo tratto dall’articolo di Orietta Pinessi per VALseriana e Scalve Magazine