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Tante idee per vivere al meglio le tue vacanze

La California è qui. Lucio Mistri e lo stile ScorpionBay, sulla cresta dell’onda

«A casa mia, il verbo è sempre stato uno soltanto: lavorare». Eppure a guardarlo non si direbbe. Perché in Lucio Mistri tutto è leggero. Lo è quella nuvola di capelli che gli circonda le tempie, gli occhiali dalla montatura fine che un po’ indossa e un po’ no, il sorriso rivolto a chiunque lo saluti e a cui lui dà rigorosamente del tu. È una leggerezza piacevole, quella che emana. Una leggerezza che porta alla positività, figlia di chi di fatica se n’è presa tanta sulle spalle, senza che diventasse però mai un peso pergli altri.

«I momenti difficili ci sono stati. Quando torni a casa e devi dire a moglie e figli che forse la casa bisogna darla in garanzia alle banche, be’, non è una cosa da poco. Ma con il lavoro abbiamo superato tutto».

Il lavoro, in realtà, è stata ed è tuttora la fonte di leggerezza di Mistri, il signor Scorpion Bay, l’uomo che ha portato il sole della California in ValSeriana prima e in tutta Italia poi.
Oggi, a 66 anni, Mistri è sereno: «Ma tante volte non è stato facile. Per fortuna ad aspettarmi a casa c’era sempre Lucia». Lucia, da 39 anni sua moglie, la donna «che mi ha scelto. Perché è sempre così che va: sono loro che scelgono te, mica il contrario», la sua «Tardelli, perché mi marca stretto», ma soprattutto colei che «ha tirato grandi praticamente da sola Roberta e Francesco, i nostri figli. Senza la serenità di saperla al mio fianco nonostante tutto non sarei mai riuscito a superare le difficoltà».
Che non sono state poche, anzi. Soprattutto quando hai dovuto sempre fare i conti, sin da bambino, con i debiti: «Mio padre Serafino era il sarto della borghesia di Vertova. Il più bravo. Mia madre Caterina, invece, faceva la tessitrice. A casa si lavorava sempre, soprattutto da quando mio padre decise di comprare una macchina circolare. Nella sua testa, gli avrebbe permesso di non fare più tutta la fatica che faceva. E così, nel ’61, la comprò con un pacco di cambiali alto così. Non eravamo ricchi, stavamo proprio con le pezze al culo, scusa il francesismo. Però i miei le pezze le sapevano fare benissimo e questo ci ha salvato. Con quella macchina, mio papà iniziò a lavorare per il Maglificio Val Brembana. Poi il Maglificio fallì e mio padre, da fornitore, decise di diventare produttore. Faceva maglieria intima da donna. Anzi, facevamo: lui, mia mamma, io e mia sorella Emanuela. Si tornava a casa da scuola, si mangiava e poi via nella stanza affianco a lavorare».

In una vita così, difficile avere spazio per dei sogni. «Ah, ma ce li avevo anche io. Uno era la moto, che però mio papà non mi comprò mai, forse perché una volta gli ho fuso la Lambretta facendo un fuori strada scendendo da San Patrizio. L’altro era potermi iscrivere a Lingue. Sognavo di viaggiare, conoscere il mondo. Preso il diploma, lo dissi ai miei. Loro non erano contrari, mi dissero che avrebbero anche fatto dei sacrifici per supportarmi. Però, per pagarmi la retta, avrebbero dovuto abbandonare il loro di sogno, cioè costruirsi una casa. Be’, non me la sentii. Rinunciai all’università e concentrai tutte le mie energie sul lavoro. Il mio sogno di girare il mondo sapendo le lingue non si avverò mai. In compenso l’ho girato parlando in bergamasco».

Stare dietro a Mistri non è semplice. I suoi ricordi sono come onde da cavalcare. La prima onda lunga nasce nel 1977, quando insieme alla sorella decise di rilevare l’attività di mamma e papà. Nacque la Gipsy. «Non mi hai mai spaventato il lavoro, anzi. Dopo il militare, grazie ai soldi guadagnati nelle tante azioni operative da cui non mi tiravo mai indietro, riuscii a comprarmi la prima auto. Una 112 verde con il tettuccio bianco. Non mi accontento mai, cerco sempre una nuova sfida». A poco più di vent’anni, la sfida divenne quella di far crescere l’attività: «Professionalmente, fu fondamentale l’incontro con Ferdinando Cervieri, responsabile tecnico di un’azienda di cui eravamo fornitori. Mi insegnò tutto quello che mio padre non mi insegnò mai. E divenne anche un amico speciale, tanto che fu il mio testimone di nozze».

Negli anni successivi, Mistri diede all’azienda la sua impronta: un passo alla volta, sempre più in là. E così, dalla maglieria intima, la Gipsy divenne produttrice di t-shirt, poi fornitrice per grandi marchi internazionali. Fino all’inizio degli Anni Novanta. «Sul mercato erano arrivati i turchi – ricorda Mistri –. Era impossibile competere con loro. Dovevamo migliorare ulteriormente il nostro livello di industrializzazione e così, con mia sorella, decidemmo di partire per l’America. Solo là sapevamo di poter trovare qualcosa di nuovo. Fu un viaggio assurdo. Visitammo un’azienda lunga 12 chilometri. Da un lato entrava la balla di cotone, dall’altra parte usciva una tuta fatta e finita. Ogni linea aveva tre luci: verde, gialla e rossa. La prima significava che la linea funzionava e i lavoratori meritavano un bonus; la seconda che la linea era migliorabile; la terza che la linea da scartare. Persone da scartare. Persone trattate come cose, gettate via e sostituite. Ero sconvolto. Per noi era impossibile prendere esempio dagli americani. E poi loro si coprono, noi ci vestiamo. Abbiamo un gusto particolare nella moda. Tornammo quindi a casa con un nulla di fatto, ma anche con un’idea che ci ronzava nella testa: non investire su una produzione, bensì su un marchio. Vero, unico, originale. E di surf».

Se vi state chiedendo che c’azzecca il surf con la ValSeriana, be’, la risposta è semplice: assolutamente nulla. Eppure… «Il fatto è che in quel campo eravamo già preparati – continua Mistri –. Negli anni, infatti, eravamo già stati produttori per altri grandi marchi internazionali del settore. Ora ne cercavamo uno in cui riversare tutta la nostra conoscenza ed esperienza. E fu così che incontrai Scorpion Bay. Era il 1992 e, attraverso un amico che aveva diversi contatti in America, organizzai un nuovo viaggio per incontrare un po’ di possibili partner. Tra tutti, Scorpion Bay fu quello che mi colpì di più per identità, qualità dei tessuti e innovazione. A inventarlo erano stati due surfisti puri: Mike Fischer e Rod Bradford, mentre le grafiche erano di Reg Thibodeaux. L’incontro con loro mi fece capire tutta la differenza di cultura della vita e del lavoro che può esserci tra un piccolo “bortolòt” di valle come me e dei surfisti californiani. Anzi, il primo non-incontro. Quando arrivammo alla sede nel giorno stabilito, loro non c’erano. Avevano lasciato un biglietto dicendo che ci attendevano a Rosarito, in Messico, circa duecento chilometri da lì, per fare surf. Rimasi sbalordito inizialmente. Poi capii che per loro era la normalità. Li incontrammo il giorno dopo e iniziammo le trattative per ottenere la licenza esclusiva del marchio in Europa. Non fu facile, vai a spiegargli che noi mica facciamo surf… Alla fine, però, tutto andò bene».

La prima collezione Scorpion Bay targata Mistri è datata estate 1993. Dieci anni dopo, lui e sua sorella comprarono la proprietà del marchio a livello europeo e, nel 2007, a livello mondiale. E Fischer e Bradford che fine hanno fatto? «Con i soldi che gli ho dato, tanti soldi, si sono comprati un’isoletta nel Pacifico. Per sei mesi all’anno vanno lì a fare surf. Te l’ho detto, i è màcc».

La Scorpion Bay Spa nacque nel 2012, chiudendo così l’epoca della Gipsy. È stato soltanto l’ultimo passaggio di una storia iniziata molti anni prima, eppure la sensazione è che il vissuto di quest’uomo non potesse che riversarsi in un prodotto di questo tipo: giovane, informale, allegro. Come un’onda sugli scogli, potente ma leggera. Ecco, la leggerezza. «Non è che con i miei “stracci” mi rivolga a un pubblico in particolare, io parlo a tutti. Forse un po’ di più ai tipi… particolari. A me non interessano i pinguini in giacca e cravatta. Quando li vedo, sto male per loro. L’eleganza, nella mia filosofia, viene dopo il comfort e la comodità. Voglio far sentire bene le persone, voglio che siano leggere. Il nostro pubblico è gente libera di testa e di pensiero». Un po’ come lui. «Io ho spento le orecchie, sai? Radio, tv, giornali. Niente. Tanto ci raccontano solo quello che vogliono loro. È tutta apparenza e a me l’apparenza non interessa. Riempio la mia vita di lavoro e amore per le persone a cui voglio bene. Poi, se posso, faccio qualcosa per aiutare i tanti disperati che ci sono. Molti capi di seconda scelta, ad esempio, invece che venderli a prezzi ribassati li regalo al Patronato San Vincenzo, così so che terranno al caldo persone che soffrono. Non lo sbandiero ai quattro venti, lo faccio e basta, perché credo che sia giusto e che l’imprenditore abbia anche un ruolo sociale. I soldi fanno comodo, ma vengono dopo, molto dopo. Perché si muore a cent’anni, non a cento milioni di euro».

In questo lungo e affascinante viaggio nella vita di Mistri, resta però un mistero: da dove arriva il coraggio di prendere e partire? Lui fa spallucce: «Non posso pensare che il mondo nasca e finisca in Val Seriana. Ma ci torno volentieri, questa è casa. Io, prima che italiano, sono fiero di essere bergamasco e seriano. È vero, a volte abbiamo gli orizzonti un po’ chiusi, ma del resto sempre valligiani siamo. La fortuna è che questa “chiusura” ci ha costretti a crescere sulle nostre radici, a vivere e lavorare ricordando sempre i nostri valori: serietà, onestà e correttezza. E poi qui, rispetto ad altre valli, un po’ di sole ogni tanto arriva. E quando arriva, ci illuminiamo».
L’onda lunga del suo racconto sta per abbracciare il resto del mare, mentre la luna illumina spicchi di Val Seriana. Prima di posare le nostre tavole immaginarie, però, c’è ancora un punto di questa storia da chiarire. «Se ho mai fatto surf? ‘Scolta, io faccio la doccia perché nella vasca ho paura di annegare. Questo è il mio rapporto con l’acqua. Altro che surf».

Articolo di Andrea Rossetti per VALSeriana&Scalve Magazine estate 2018