Blog

Tante idee per vivere al meglio le tue vacanze

Acerbis: anima e passione

Storia di un uomo (e di un’azienda) che ha saputo andare oltre i nostri confini.
«Come mi definirei? Un uomo appassionato alla vita». E potrebbe già finire qui il racconto della Acerbis Italia; che altro non è, appunto, che la storia di una passione.

Quella di Franco Acerbis da Albino, anni 71, quarto di nove figli e creatore di una macchina perfetta che vanta sedi in Italia, Uk e Stati Uniti, presente in 85 Paesi del mondo, ha circa trecento dipendenti, ha un fatturato vicino ai 70 milioni di euro e sponsorizza oltre cento piloti e trenta club calcistici.

Parlare soltanto di passione, però, non basterebbe, perché quello è soltanto uno degli ingredienti (sebbene forse il più importante) di una storia che scorre nel tempo come il Serio nel suo letto: placida e trasparente, con improvvise accelerate e rapide sterzate. E che in questa terra incastonata tra montagne e acqua, la ValSeriana, ha trovato il suo naturale svolgimento.

«Albino e questa valle, per me, sono semplicemente casa – racconta Acerbis -. L’azienda è qui perché qui ci sono nato e cresciuto, perché qui i miei lavoravano e perché qui c’era il garage di mio padre da cui tutto è iniziato. C’è però un elemento senza il quale nulla sarebbe accaduto: l’amore di questa terra per le moto».

Inizia con una sgasata la storia della Acerbis Italia. Con il fango sulle maschere di quei matti che correvano per le valli saltando dossi e rischiando la spina dorsale in sella alle due ruote firmate Moto Morini. «Il Motoclub Vertova è stato il mio primo laboratorio. Andavo dal Gritti e gli chiedevo cosa potevo fare per migliorare la sua moto. Lui me lo diceva, e io mi mettevo al lavoro». Nacquero così i primi parafanghi in plastica Acerbis, strambi perché decisamente più lunghi di quelli in metallo a cui erano abituati tutti i motociclisti, ma per questo migliori: proteggevano maggiormente dagli schizzi del fango e non si ammaccavano mai. Dai parafanghi si è poi passati ai serbatoi, alle selle, a tutto il resto. In plastica, ovviamente. Perché è questo materiale “povero”, poco nobile, che nelle mani di Franco Acerbis s’è rivelato, inaspettatamente, argilla. Su di esso un ragazzo estroverso e un po’ ribelle ha riversato il suo entusiasmo, la sua creatività. La sua passione per la vita.

Guarda il video e entra nel mondo ACERBIS

«Mio padre faceva il falegname. Anzi, lui disegnava, faceva progetti, poi aveva un po’ di dipendenti che trasformavano in realtà le sue idee. Guardando lui, forse, ho imparato a essere imprenditore. Non lo so. So solo che da ragazzo non avevo idea di cosa volessi fare. Sono stato bocciato due volte in terza media. Non studiavo, lo trovavo inutile. Arrivavo a Natale che avevo i libri di scuola ancora imballati. Credevo non mi servisse studiare, perché quando non sapevo qualcosa chiedevo a mio fratello maggiore, che poi è diventato architetto, e lui mi dava tutte le risposte che mi servivano. I miei però erano preoccupati e così mi portarono a fare uno di quei test attitudinali per vedere se ero scemo. Risultai normalissimo, anzi, addirittura portato allo studio. Semplicemente dovevo trovare qualcosa che mi appassionasse. Allora mio padre mi portò a Milano per iscrivermi a un istituto professionale. Volevo fare il fotografo. Ma il corso era già pieno, così chiesi dove c’erano ancora dei posti: elettrauto o modellista per materie plastiche. Ovviamente non mi interessava niente di entrambi, ma visto che dovevo scegliere optai per il secondo. Mi pareva qualcosa di più creativo. Mi dissero però che c’era il rischio che il corso non partisse, perché non era ancora stato raggiunto il numero minimo di studenti. Preoccupato, nel giro di un’ora riuscii a convincere altri ragazzi che erano lì a iscriversi con me».

E, come nei migliori romanzi, la storia ha inizio così: un po’ per caso, un po’ a caso.

Tornato ad Albino con il suo diploma da modellista per materie plastiche in mano, Acerbis decise di provarci. Nel garage di famiglia aprì la sua azienda. Il garage era grande però, e così diede casa anche a un altro giovane intraprendente del posto, un tal Pierino Persico, suo coetaneo di Nembro che, nel 2016, è stato nominato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, Cavaliere del Lavoro.
«Lavoravamo uno al fianco dell’altro, io con il mio bocia (giovane aiutante, ndr) e lui con il suo. Usavamo lo stesso bagno. Ancora oggi ci lega un rapporto speciale, abbiamo vissuto insieme emozioni e fatica sebbene i nostri percorsi siano poi stati diversi». Perché mentre Persico ha fatto della ValSeriana la sua America, Acerbis l’America l’ha voluta scoprire per davvero.

A 26 anni, nel 1973, stesso anno di fondazione della sua azienda, questo ragazzotto appassionato alla vita decise di partire: il team Swm partecipò alla Sei Giorni in Massachusetts e, sebbene Acerbis non fosse propriamente un meccanico («Di ampere, watt e quelle robe lì non ci capisco niente ancora oggi»), chiese di poter fare parte della comitiva come volontario. «Seguivo i piloti a bordo del furgoncino. Quando si fermavano li assistevo, il resto del tempo lo passavo a parlare con tutti, con chiunque girasse per il paddock. Non sapevo la lingua, ma mi facevo capire. E soprattutto capivo. Era un mondo nuovo, tutto era una scoperta. Gli altri mi prendevano per matto, non stavo mai fermo. Ma mi divertivo un sacco. E fu così che conobbi Preston Petty». Come ogni storia che si rispetti, anche questa vede al centro del suo svolgimento un incontro che sconvolge i piani, che cambia tutto. Preston Petty fu il primo produttore americano di parafanghi per moto da cross in plastica. Un uomo che aveva avuto la stessa idea di Acerbis e l’aveva trasformata in una fiorente attività imprenditoriale. Un uomo da cui imparare, perché «più cose impari e più resti umile, aperto al nuovo», dice Acerbis. E lui imparò, imparò così bene che dopo essere diventato distributore per l’Italia e l’Europa della Preston Petty, decise di fare il grande passo e diventare lui stesso produttore. Dando il via a una storia aziendale di successo che continua ancora oggi.

chevron-right chevron-left

Non fu facile, però. «Vede, questa terra è sempre stata un po’ troppo… conservatrice. Noi seriani siamo grandi lavoratori, uomini tutti d’un pezzo, ma isolati. Il mondo va avanti e noi restiamo fermi, arroccati sulle nostre convinzioni. Quando la crisi ha colpito l’industria locale è stata una mazzata per tutti, perché non siamo dinamici. La fatica conta, serve, ma non basta. Bisogna avere anche fortuna e apertura al mondo. Io credo di averla sempre avuta, per indole. Non importava se non sapevo la lingua: in America andavo, presentavo un prodotto, facevo il prezzo. Poi mi dicevano “good” o “no good” e capivo se la strada era quella giusta o meno. Apertura, semplicità e concretezza sono tre valori base, secondo me. E forse sono anche nella mia genetica, visto che ho due sorelle che da giovani se ne sono andate in Francia e sono finite a fare le attrici. Ma brave, eh».

Forse è per questo che ancora oggi Acerbis non smette di viaggiare, di girare il mondo, di vivere nuove avventure. Con un entusiasmo quasi fanciullesco, lo stesso che nel 1986 lo portò a ideare l’Incas Rally, una corsa folle che portava i piloti fino a Machu Picchu. «In realtà io avrei voluto organizzare un rally qui, nelle nostre valli. Ma la burocrazia mi fece passare la voglia. Poi un giorno, su una rivista, vidi l’immagine di questo posto pazzesco in Perù, con una stradina tutta curve. In nemmeno tre mesi, con un amico e il pilota Aprilia Beppe Gualini, organizzammo la spedizione inviando là un paio di motorette e testando il percorso su cui poi ideammo il rally. Sembra una cosa da pazzi, ma in realtà fu soltanto la cosa più semplice da fare per trasformare in qualcosa di concreto un’idea. Semplicità e concretezza vanno sempre di pari passo, nella vita».

Acerbis Logo
Acerbis Logo

E lo spirito, oggi, è lo stesso di allora: «Mi piace prendere e partire. Se ci si fa troppi problemi, se ci si pone troppe domande, non si partirà mai. Ho la fortuna di avere in tasca un po’ di soldi e di sapere cosa mi piace fare, non serve altro». Questo per qualcuno è coraggio, per Acerbis è semplicemente passione, vita. Un modo di approcciare la quotidianità che cerca anche in chi gli sta intorno: «Qualcuno dice che sono l’anima di questa azienda, ma in realtà delego molto. Sono spesso via, mi fido di chi mi sta accanto. Non sono il fulcro tecnico di niente, lascio fare a chi è più bravo di me. Però sono molto esigente: dai tecnici pretendo il massimo, proprio perché sono consapevole delle loro abilità. Adesso, ad esempio, alla guida dell’azienda c’è mio figlio, Guido. Da giovane ha imparato cos’è la fatica, ha imparato la tecnica, poi ha studiato finanza, che oggi è il volante di ogni azienda moderna. A un certo punto ho capito che era arrivato il momento di dare in mano a lui le chiavi di tutto: se si guida in due si fanno solo danni. E oggi sono contento di questa scelta, perché lui ha la testa aperta al punto giusto per guardare oltre i confini, andare più in là. Ha cambiato tante persone, perché innovazione fa rima con gioventù». In azienda c’è anche la figlia, Michela, che del padre ha lo stesso sorriso e, soprattutto, lo stesso sguardo rivolto al mondo: «Qui, nel nostro quartiere generale – racconta Michela -, abbiamo creato un piccolo universo. Abbiamo tanti ragazzi della ValSeriana, ma anche professionalità che arrivano da Francia, Spagna, Svezia, addirittura Australia. Arrivano curriculum da ogni parte del mondo e io li spulcio tutti, perché sono certa che ci siano tanti ragazzi o ragazze in grado di farci fare un altro salto di qualità».

Intanto, dieci anni esatti fa, la Acerbis Italia ha fatto un bel passo avanti, uscendo per la prima volta dal mondo dei motori per dedicarsi al calcio. «Per amore del territorio accettai la proposta di entrare a far parte della dirigenza dell’Albinoleffe, la squadra di calcio locale – racconta Franco -. Un’esperienza che mi ha fatto conoscere un mondo che ancora non conoscevo e che, soprattutto, mi ha aperto le porte di un nuovo mercato: quello dell’abbigliamento sportivo. I requisiti la nostra azienda li aveva tutti, significava soltanto studiare e specializzarsi. Abbiamo iniziato creando parastinchi personalizzati ad alcuni campioni, anche della Serie A, poi abbiamo provato a ideare delle divise. Per l’Albinoleffe inizialmente, e in seguito per altre società sportive. Insomma, in questi anni abbiamo vestito tantissime squadre, italiane ed estere (tra queste, oggi lo Spezia, il Brescia, l’Heracles Almelo e il Las Palmas, ndr) e ora ci stiamo concentrando anche su basket e rugby».

La storia dell’Acerbis Italia è fatta di un passato affascinante e avventuroso, di un presente di successo e proiettato al domani e di un futuro promettente. Perché, come dice colui che ha scritto questa storia, «non esistono conquiste. Esistono delle strade, dei percorsi, delle opportunità. Non c’è niente da conquistare, solo un percorso da seguire. Il mio l’ho iniziato quando il geometra del paese, per ventimila lire, mi ha disegnato il logo: da una parte il mio nome, quindi la mia faccia, e dall’altra il mio Paese, e quindi l’orgoglio di rappresentare un pezzo di Italia nel mondo. Giro, viaggio, ma alla fine casa è questa: Albino, la ValSeriana. E una nuova idea su cui lavorare. Sbagliando magari, ma provandoci sempre. Perché quello sì, i soldi sono utili, ma sono come il badile per un muratore: niente più che uno strumento. Ciò che davvero conta sono le idee». Firmato: un uomo appassionato alla vita.

Articolo di Andrea Rossetti per VALSeriana e Scalve Magazine Primavera 2018